È ormai esploso il caso delle minorenni violente a Foggia. Dopo quanto raccontato ieri sera da l’Immediato che ha raccolto le segnalazioni di alcune mamme di 12enni vittime di aggressioni, oggi c’è la testimonianza di Federica, anche lei finita nel mirino di un gruppo di teppistelle. “Sabato sera verso le 23:44 sono uscita dalla pizzeria – scrive -. Saluto gli amici, chissà perché succede che abito nella lontana periferia ed io sono sempre l’ultima a tornare a casa. Accompagno sempre tutti e rimango da sola, pronta per godermi la mia solita passeggiata, che sotto sotto mi piace pure. Ogni tanto fa bene restare da soli a pensare. Però l’altra sera no. Mi fa male la pancia, lo stomaco, non ce la faccio proprio a tornare a casa, allora chiamo casa e prego di venirmi a prendere. Attendo davanti alla villa comunale, pieno centro. Prendo il telefono e faccio un audio per dire due cose sceme su whatsapp. Vedo la macchina di mio padre: è già arrivato, meno male. Adesso vado a casa e mi stendo, poi mi prendo qualcosa per digerire. E poi li vedo: di fronte c’è una panchina e su questa panchina sette, forse otto ragazzini di scuole medie, forse primi anni delle superiori che scherzano tra loro. Due di loro, due ragazzine alte la metà di me (e ce ne vuole!) attraversano la strada e mi vengono incontro. Si avvicinano troppo, io ho ancora il cell in mano e sto facendo audio scemi. Smetto subito, balbetto e faccio per mettere a posto il telefono. Non si sa mai. Le due ragazzine, ora le guardo meglio, hanno al massimo 13-14 anni. “Che ore sono?!” mi tuona una delle due. L’altra piomba dietro di me: mi hanno accerchiato. Ho ancora il cell in mano, non posso dire di non averlo e di non sapere l’orario.
“Sono le 23:44”. Un orario che non scorderò tanto facilmente. Allora mi spingono. Mi scaraventano contro il muraglione della villa comunale, con l’auto di mio padre a dieci metri di distanza. Non so che fare. Di fronte ci sono altri cinque, sei ragazzi pronti ad intervenire in loro favore. No, il telefono non ve lo cedo, stronzette, penso. Allora dirigo lo sguardo verso mio padre – scrive ancora -, sperando che stia assistendo alla scena e scenda per difendermi. Lui, però, non ha visto niente. Ha la testa nel telefono e non mi ha neanche visto arrivare. Allora, con una forza che non sapevo neanche di avere, mi scanso e mi tolgo dalla loro presa. Poi urlo il nome di mio padre e mi fiondo verso l’auto. Le bastarde fuggono dagli amici, mentre io inizio a bussare contro il finestrino.
“Ste stronze mi stavano fregando il telefono”, dico a mio padre ancora col batticuore”.
Poi aggiunge: “Lui le inquadra, poi mi chiede di identificare le due che, nel gruppo, sono arrivate a rompermi le balle. Io sono tipo sotto shock, perché è dall’età di undici anni che cammino sola e spensierata, senza paura per la mia amata città, negli angoli più malfamati, perché so che la mia città non può farmi del male. La sua aura mi protegge. E invece no, no, no. Io non ci vedo da lontano, non le vedo più, mentre mio padre scende dalla macchina per chiamare la polizia. Poi la situazione degenera: i ragazzi iniziano ad avvicinarsi troppo, volano insulti, alcuni dicono di non avermi mai visto. Io intervengo dicendo che non è assolutamente così, ma loro sono minorenni. In un’alzata di mano noi maggiorenni siamo nella merda, loro godono di immunità. Mio padre continua a chiamare la polizia, ad avvicinarsi troppo, io lo trascino via. Alla fine, dopo dieci minuti di insulti e minacce, riesco a trascinarmelo. Torniamo in macchina, il mal di pancia mi è passato del tutto, ora ho male all’animo. Foggia non mi ha protetto, e da oggi avrò paura anch’io. Io, che da sempre canzono le mie amiche quando affermano con convinzione di non voler uscire da sole col buio e le dico che se abbiamo paura è finita. Io, che sostengo che le donne non debbano aver paura e lo dimostro tornando sola al Martucci ad ogni ora del giorno e della notte. Oggi ho fallito. Da oggi sarò anch’io una di loro. Una di quelle che “non farmi rimanere da sola, accompagnami a casa, non esco perché ho paura che mi succeda qualcosa”.
Firmato, Federica.
