Qualche applauso, qualche reazione stizzita al lungo “monologo antimafia”. Non si capisce bene se Foggia sia “una città omertosa” come l’ha definita il presidente della fondazione antiracket Pippo Cavaliere, o se davvero “esistono segnali in controtendenza” come ha sottolineato il procuratore della Dda di Bari, Giuseppe Volpe. Il “dialogo con la città”, l’hashtag foggiareagisce, è stata una manifestazione riuscita a metà, con il solito parterre di autorità, con le scuole, ma senza una parte importante della città. “È un punto di partenza importante – ha detto il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti -, la nostra procura per voi è sempre aperta e dobbiamo lavorare insieme. Perché lo Stato può vincere la battaglia con la mafia solo se lo vuole davvero”.
“Grave collusione anche in forze dell’ordine e magistratura”
Applausi e brusii hanno scandito i tempi del discorso di Roberti, un pugno nello stomaco del sistema “di complicità largo, che va dalle imprese alla società civile”. “La camorra – ha spiegato – ha avuto un ruolo strategico nella creazione della mafia a Foggia. Non esistevano forme reali di criminalità organizzata fino alla fine degli anni Settanta. Fu Raffaele Cutolo, il capo della nuova camorra organizzata, a venire qui, a Lucera, per costituire il primo nucleo della ‘grande criminalità organizzata pugliese’ nel 1979. Qui iniziarono le alleanze per spostare l’asse del contrabbando delle sigarette che prima avevano come sponda il Tirreno, sottraendolo in questo modo al clan dei Marsigliesi. Un’operazione molto ampia che ha avuto diverse evoluzioni”. “Ma questa criminalità così forte – ha proseguito -, così aggressiva, si è avvalsa di larghe complicità, nelle istituzioni, nella società civile e nell’imprenditoria. Dice don Ciotti, la vera forza delle mafie sta fuori dalle mafie, ed è vero. Sta in quella parte di pubblica amministrazione e persino di forze dell’ordine e magistratura, che è disposta a scambiare favori con i criminali. Fino a quando gli imprenditori non decidono che conviene più stare con lo Stato piuttosto che con la Società foggiana, questo sistema non cesserà”.
Il vescovo: “Ci stiamo abituando alla corruzione”
“Ci stiamo abituando alla corruzione, serve un’operazione di rigenerazione collettiva e la chiesa vuole dare il suo contributo specifico”. Il vescovo di Foggia-Bovino, Vincenzo Pelvi, ha rimarcato l’impegno della diocesi: “La comunità cristiana e la società civile devono collaborare per il bene di tutti, ci serve il coraggio giovanile che spesso fa sorridere gli adulti: sogniamo insieme per il bene di questa città”. Per Fabio Porreca, presidente della Camera di commercio, “c’è stata una grave sottovalutazione nel momento in cui questa criminalità è stata definita ‘stracciona'”. “La mafia locale è organizzata e potente – ha affermato -, non è facile contrastarla. Gli enti pubblici non possono più permettersi atteggiamenti attigui. Così come gli imprenditori devono stare lontani dalla zona grigia, devono denunciare”.
“Le istituzioni devono guadagnarsi la fiducia”
Contestate le parole di Tano Grasso, presidente dell’associazione antiracket. “La paura non è prevalente nel rifiuto del commerciante a denunciare il pizzo, perché in molti casi ci sono accordi espliciti con la criminalità. In altri, la situazione si complica quando il commerciante, pur non avendo accordi, crede ci sia una ‘convenienza ambientale’ ad essere acquiescente alle richieste”. Dal pubblico, per rispondere alla “teoria” di Grasso, qualcuno ha fatto notare l’escalation di attentati dinamitardi alle attività commerciali. “La fiducia gli uomini delle istituzioni se la devono guadagnare, non basta invitare a denunciare – ha replicato Roberti -, non basta partecipare ai convegni. Solo quando i cittadini si fideranno completamente ci sarà il vero riscatto della società civile”. Prima di precisare la natura degli “accordi imprenditoria-mafia“, sempre più presenti nelle economie locali delle aree in cui la criminalità organizzata è più radicata. “Se l’imprenditore paga è perché pensa che il servizio che ha in cambio sia utile. Si tratta di un vero e proprio accordo tra l’imprenditore, il mafioso e il soggetto istituzionale: questa non è estorsione, ma patto. Spesso abbiamo verificato che è l’imprenditore a cercare il mafioso, un po’ come fa la politica quando è in cerca di voti”. La svolta potrebbe essere quella della configurazione del reato di patto di scambio imprenditoriale-mafioso. Ma la discussione sul punto si è arenata da qualche tempo. “La corruzione – ha concluso Roberti – e la criminalità si insinuano in leggi poco chiare. Si potrebbe cominciare da qui per creare una efficace cultura della legalità”.



