Al 41bis Franco Vitagliani, 55enne foggiano, killer di mafia per conto del clan Sinesi-Francavilla. Il Tribunale di sorveglianza di Roma ha confermato il carcere duro al pluripregiudicato rigettando il ricorso della difesa. Vitagliani si trova dietro le sbarre dal 2003, beccato nel blitz “Araba Fenice”. “A’ Sciuccarella”, soprannome dell’uomo, fu condannato in via definitiva a 5 ergastoli per altrettanti omicidi. Attualmente è rinchiuso nel carcere di “Opera” di Milano. Il carcere duro prevede una serie di restrizioni tra le quali la possibilità di avere colloqui con i familiari solo una volta al mese. L’ex moglie di Vitagliani, però, testimoniò contro il 55enne per un vecchio caso di lupara bianca diventando testimone di giustizia. La donna vive con i figli in una località protetta.
I giudici hanno confermato il 41bis essenzialmente perchè il clan Sinesi-Francavilla è ancora attivo a Foggia e il ritorno tra i detenuti comuni potrebbe consentire a Vitagliani di ripristinare i rapporti con altri esponenti della batteria criminale. L’uomo è stato condannato a 5 ergastoli (fine pena mai) per altrettanti omicidi e per associazione mafiosa. Dopo aver ucciso era solito commentare: “Ho stipato pure a questo”.
Gli omicidi firmati da “A’ Sciuccarella” (dalla gazzetta del mezzogiorno)
10 gennaio ’89 scompare Giuseppe Laviano, giovane malavitoso foggiano, esponente di primo piano in quegli anni della criminalità foggiana. Fu eliminato nella guerra tra il suo gruppo ed i rivali del clan che era capeggiato da Giosuè Rizzi (ammazzato a gennaio 2012 un anno dopo la scarcerazione dopo oltre 20 anni di detenzione) e Rocco Moretti (ancora al vertice della “Società”, è detenuto da due anni) in quella che fu la prima delle 7 guerre tra clan della della “Società foggiana”. Dopo essere sfuggito tra l’inizio dell’86 e la fine dell’88 a tre agguati collegati a quella guerra di mala (a gennaio ‘86 gli spararono in una autodemolizione in periferia; qualche mese dopo fu ferito a colpi d’arma da fuoco mentre era in casa; a dicembre ‘88 un commando di killer cercò di ammazzarlo all’interno di un bar cittadino: lui rimase illeso e scappò, l’amico che era con lui fu colpito e morì), Pinuccio Laviano sparì la mattina del 10 gennaio dell’89 quando doveva partire in treno per Taranto, in quanto aveva deciso di allontanarsi da Foggia per qual- che tempo per la situazione creatasi e visto che i rivali gli davano la caccia. Alla stazione di San Severo, dove avrebbe dovuto salire sul treno per Taranto, Pinuccio Laviano non ci arrivò mai: nei giorni successivi i familiari ne denunciarono la scomparsa alle forze dell’ordine e sin dall’immediatezza delle indagini si pensò ad un caso di lupara bianca: il suo cadavere non è stato mai rinvenuto. L’indagine su uno dei più clamorosi capi di lupara bianca nel Foggia si riaprì nel luglio del 2005, a distanza di 16 anni dalla scomparsa-omicidio, quando in base alle rivelazioni di due pentiti raccolte dai pm della Dda, la squadra mobile arrestò su ordinanze cautelari chieste dalla Dda di Bari quattro mafiosi per l’omicidio Laviano. A Franco Vitagliani l’ordinanza di custodia cautelare fu notificata in cella, visto che era detenuto già dal maggio 2003 nell’ambito dell’inchiesta “Araba fenice”. Le accuse della Dda contro i 4 foggiani ressero poi per il solo Vitagliani (contro di lui c’era anche la testimonianza dall’ex moglie) unico imputato condannato al carcere a vita in via definitiva, mentre i tre computati tra cui il boss Rocco Moretti furono assolti. Secondo l’accusa, per aver salva la vita dal clan rivale, Vitagliani tradì l’amico Laviano, andando a prenderlo a casa in auto per accompagnarlo in stazione a San Severo: l’ordine era di consegnarlo vivo a chi voleva torturarlo e ammazzarlo, lui invece per risparmiare le torture all’amico lo uccise sparandogli al capo.
10 luglio 2002 in via Parini al Cep un killer solitario si avvicinò a Giovanni Bruno seduto ad una panchina e lo uccise a pistolettate. Ergastolo a Vitagliani, che si è sempre detto innocente: era stato scarce- rato il giugno precedente dopo alcuni di carcere per il possesso di una pistola in seguito ad un arresto in Campania. Per l’accusa invece, Vitagliani uccise Bruno perché riteneva che fosse coinvolto in qualche modo nell’omicidio del fratello Paolo Vitagliani assassinato nel giugno del ‘98 (quando lui era detenuto) in un’altra guerra di mafia: mandanti ed esecutori dell’omicidio di Paolo Vitagliani non sono stati mai individuati.
22 luglio 2002 in corso Roma davanti ai mini alloggi un killer venne ucciso a pistolettate Pasquale Novelli, che era appena rincasato: fu usata la stessa pistola calibro 9 che fece fuoco per l’omicidio Bruno. Nuovo ergastolo a Vitagliani.
22 ottobre 2002 ancora una volta di sera, in via Guido Dorso ammazzato a pistolettate all’interno di un bar Teodorico Casorio, ritenuto vicino al capo clan Federico Trisciuoglio, al vertice della batteria Trisciuoglio/Prencipe in quel periodo rivale del gruppo Sinesi-Francavilla con cui era schierato Vitagliani: anche in questo caso ad agire fu un unico sicario. Ergastolo a Vitagliani.
5 novembre 2002 sempre di sera ed ancora al rione Cep un sicario che agì da solo ammazzò a colpi di pistola Armando Laccetti. Ergastolo a Vitagliani.
Il killer della mafia foggiana è stato invece assolto dall’accusa di essere uno dei sicari che il pomeriggio del 30 agosto del 2002 uccisero all’interno di un’agenzia di pompe funebri al rione Carmine Vecchio, Luigi La Daga, becchino amico di un esponente di rilievo del clan Trisciuoglio-Prencipe, agguato pure collegato alla guerra di mafia del 2002/2003 con 14 omicidi e 4 agguati falliti nell’arco di 14 mesi. Un com- mando di sicari fece irruzione nel locale, La Daga cercò di scappare dal retro, fu inseguito e ucciso a colpi di pistola. Le indagini portarono all’incriminazione di 3 foggiani, tra cui Vitagliani, condannato a Foggia e assolto nel processo di secondo grado in corte d’assise d’appello a Bari, assoluzione poi diventata definitiva.
